Alla fine questa Liga incredibile, interminabile, incerta come non mai ed emozionante fino all’ultimo pallone dell’ultima partita l’ha vinta l’Atletico Madrid, ed è un verdetto giustissimo. L’ha vinta la squadra che l’ha voluta con ogni sua molecola, che prima ha tentato invano di dominarla e poi si è ribellata alla possibilità di vedersela sfuggire dalle mani sul più bello. L’ha vinta con due rimonte nelle ultime due partite, due ritorni di puro spirito, due ruggiti indomabili che hanno spazzato via timori e fantasmi.

È l’undicesima volta che l’Atletico si laurea campione di Spagna, la decima all’ultima giornata: non ci si può fare niente, quando hai nel Dna la sofferenza l’impresa eroica diventa l’unico modo per prenderti la gloria, succede sempre così. E questa è la storia di questa società, che nel campionato più anomalo di sempre non solo ha dimostrato come la forza di un gruppo sappia superare i valori puramente di campo, ma anche come un club che nell’ultimo decennio ha fatto uno straordinario percorso di crescita si sia lanciato nella modernità e abbia saputo stabilizzarsi ai vertici dell’élite del calcio mondiale.

I protagonisti dell’impresa

Per raccontare il trionfo dell’Atletico bisogna per forza narrare le vicende del manipolo di giocatori che ha fatto l’impresa, una squadra capace di vincere più partite di tutti, subire meno gol di tutti e sfoderare un attacco secondo solo a quello del Barcellona. Un team che il Cholo Simeone ha rimodellato mantenendo le storiche caratteristiche di solidità e combattività, allargando però lo scenario e lavorando per fare in modo che la sua squadra diventasse più moderna, più evoluta e in diversi passaggi anche molto più bella. Poggiandosi sul basamento solido fornito dal portiere più forte del mondo (Oblak è stato il meno battuto, quello che ha compiuto più parate, quello che ha tenuto la porta chiusa più volte e anche quello con la miglior percentuale di interventi in rapporto ai tiri ricevuto: un mostro!) e da una difesa rivisitata sul sistema del “tre più uno”, l’Atletico Madrid di quest’anno ha potuto esplorare piste tecniche nuove e brillanti. Il regalo gentilmente e follemente fatto dal Barcellona è stato il detonatore che ha permesso l’esplosione, perchè i ventuno gol di Luis Suarez valsi altrettanti punti in classifica hanno fatto tutta la differenza di questo mondo, però la bomba preparata dal Cholo ha a che vedere soprattutto con l’assemblaggio di un sistema molto interessante. Con Koke piazzato da regista puro (e la stagione del capitano è stata superlativa) e con il laterale destro Trippier chiamato a coprire tutta la fascia, Simeone per il resto ha organizzato un quadrilatero fluido che è stato la chiave tecnica dei risultati di questa stagione, e ha permesso a quattro calciatori in cerca di una definitiva dimensione di diventare delle vere e proprie superstar. Il primo è Marcos Llorente, canterano madridista fatto fuori da Zidane e trasformato dal Cholo nel centrocampista più totale e più impattante che si sia visto in questa stagione di calcio europeo: ha giocato da mezzala, da trequartista, da interno e persino da laterale, il tutto servendo dodici gol e undici assist. Una cifra spropositata per quello che veniva bollato come un mediano senza il giusto peso specifico per i massimi livelli. Il secondo è Yannick Carrasco, che ha sempre dimostrato di possedere capacità calcistiche fuori dal comune ma anche una mentalità leggera, addirittura discutibile, quella che gli ha fatto preferire un trasferimento in Cina a venticinque anni invece che la lotta per diventare una stella in Europa. Carrasco dalla Cina ci è tornato maturato, si è messo umilmente a disposizione e quest’anno è decollato giocando addirittura da laterale a tutta fascia, perché i sei gol e i nove assist del suo campionato sono sì un riscontro stupefacente, ma lo è ancor di più averlo visto lottare ai limiti della propria area, cavalcare sbuffando come un destriero di razza pronto a spremersi ogni goccia di sudore, gridare forte e indemoniato dopo ognuna delle sue reti. Ma se Llorente e Carrasco sono stati con Oblak e Suarez i veri volti di copertina di questo trionfo, non bisogna dimenticarsi degli altri due che hanno permesso a questo innovativo sistema di funzionare: Angel Correa e Thomas Lemar. Correa è il talento da campetto di strada che Simeone si è sempre coccolato, ha fatto crescere e ha trasformato da bel giocoliere in grande giocatore ricevendo in cambio una stagione in cui ha partecipato direttamente a venti realizzazioni, inventandosi con una puntata da futsal quella che ha spianato la strada per la rimonta di Valladolid. Lemar invece sembrava ormai un flop acclarato: l’acquisto più caro dell’estate del 2018, quella guizzante ala presa dal Monaco per ottanta milioni di euro in due anni non aveva lasciato alcuna traccia di sé, tanto da essere stato ormai considerato prescindibile. E invece, prima di alzare bandier bianca per guai muscolari, il francese quest’anno ha dato una fotografia della trasformazione e dell’evoluzione di questa squadra: ha dato una sterzata favolosa al proprio rendimento trovando protagonismo, coinvolgimento, capacità di essere incisivo, specialmente giocando in una posizione più interna che lo ha impiantato nel vivo del gioco, il tutto con un’intensità fisica sbalorditiva.

Il grande progetto di un grande club

Si potrebbe dire che all’appello dei grandi successi individuali di questo progetto manchi solo Joao Felix, il diamantino da 127 milioni che non è ancora diventato protagonista. Ma la sensazione è che sia solo questione di aspettarlo ancora un pò. Perché l’Atletico Madrid è diventato così grande grazie alla pazienza e al lavoro costante che si è garantito in questo sfavillante decennio, in cui non solo ha vinto otto trofei ma si è anche proiettato nella modernità. Non solo si è costruito una nuova e meravigliosa casa, ma ha anche progettato un ricambio generazionale complicatissimo senza venire ridimensionato. Negli ultimi due anni, l’Atletico ha cambiato quasi il settanta per cento della propria squadra: ha salutato gente come Godin, Juanfran, Felipe Luis, Lucas Hernandez, Rodri, Griezmann, Fernando Torres, Thomas Partey e Diego Costa, tutti nomi fortissimi, tutti giocatori di enorme valore, prospettiva e personalità. E in tutti i casi (con qualche eccezione d’occasione, tipo Suarez), la scelta è stata quella di rimpiazzarli con giovani d’assalto, con talenti che dessero un surplus di lavoro nell’immediato ma anche prospettive molto intriganti. E già dopo un paio di stagioni di fisiologico assestamento, è arrivato questo gigantesco titolo, strappato a due colossi come Barcellona e Real Madrid che saranno anche visibilmente a fine ciclo ma che fatturano più del doppio rispetto ai Colchoneros. E fra i mentori di questa straordinaria gestione c’è anche un grande esponente del calcio italiano: Andrea Berta, il direttore dell’Atletico Madrid, un nostro connazionale di eccezionale valore che ha trovato all’estero le condizioni perfette per impiantare una metodologia di lavoro estremamente vincente. Perché è questo il messaggio che ci dà l’Atletico Madrid campione della Liga 2020/2021: una famiglia unita, radicata nella propria tradizione ma spinta dalla capacità di guardare sempre al futuro. Trovando nelle proprie radici la linfa vitale, nel sacrificio del lavoro quotidiano la spinta per andare oltre i limiti, e nella visione illuminata gli orizzonti verso cui spingere i propri sogni.