È un calcio veramente imprevedibile, in tutti i campionati principali d’Europa siamo ormai abituati a pensare che tutto possa succedere (basti pensare a quanto accaduto martedì sera allo Stadium…) e la Liga non fa eccezione, anzi. Metteteci la crisi sfiorata dal Real e trovata dal Barcellona, metteteci anche una classifica piena di asterischi per le tante partite sfalsate o rinviate, l’immagine che ci offre oggi il campionato spagnolo è quella di un calderone ribollente dove forse si potrebbe ipotizzare un testa a testa fra i due colossi di Madrid, ma la razionalità suggerisce di non fare troppe previsioni. Però c’è una realtà che si staglia, non per i numeri favolosi che presenta ma anche – forse soprattutto – per la portata del cambiamento che ha operato in questi strani mesi: è questo imprevisto, mutato ed evoluto Atletico Madrid che comanda la classifica con gli stessi punti del Real ma con due partite in meno, che ha la miglior difesa dei cinque principali campionati d’Europa (e questa non è una novità) ma anche un attacco che segna in media due reti per gara. Che ha cambiato sistema di gioco, che adesso si preoccupa anche di lavorare il pallone e non solo di strapparlo agli avversari. Che ha un gioco difficile da prevedere e da leggere, fatto di figure reinventate e leader (ri)scoperti. E’ forte questo Atletico Madrid, ed è persino bello. Perciò, al momento, viene veramente da pensare che possa vincere questo strano campionato.

Il (capo)lavoro del Cholo

Ieri Diego Pablo Simeone ha compiuto nove anni di reggenza: il 23 dicembre del 2011 ha preso una squadra al tredicesimo posto della Liga e l’ha portata a vincere 300 partite su 499 dirette, a conquistare sette trofei, a qualificarsi sette volte agli ottavi di Champions (pareggiando il bottino totale dei precedenti cinquantaquattro anni di storia internazionale del club), a sfiorare il successo in due finali. Il tutto contribuendo a moltiplicare esponenzialmente il fatturato del club e facendo debuttare trentaquattro canterani. Già di per sé sarebbe una marcia trionfale, con l’acuto straordinario di essere riuscito ad essere l’unico terzo incomodo nell’era di Messi&Ronaldo. Però sappiamo bene come la memoria e la visione di insieme siano cose rarissime nel mondo del calcio, tanto che l’anno scorso il Cholo è stato addirittura contestato. Sic transit gloria mundi…gli veniva rimproverato di aver creato un ibrido senza sostanza, con la vecchia guardia emigrata e i nuovi acquisti arrivati con l’idea di modernizzare la squadra e il risultato di non aver trovato né spunti rivitalizzanti né l’antica, inscalfibile solidità.

È vero che l’Atletico delle ultime stagioni (exploit tipo Anfield a parte) è stato modesto, né carne né pesce. Evidentemente però era in una fase evolutiva che non poteva essere sviluppata in tempi brevi vista la dimensione del progetto. Ma che, dato che è stata guidata da un grandissimo allenatore e architettata da una dirigenza di luminosissime capacità nella quale spicca l’italiano Andrea Berta, ha portato effettivamente al cambio pelle più sorprendente e più interessante che ci sia attualmente nel calcio europeo. Nonché all’emersione di una squadra che coltiva legittimamente grandi ambizioni, perché la vittoria di martedì sera a San Sebastian è stata una vittoria di grande pienezza, ed era l’unico modo possibile per dimostrare che il flop nel derby è stato solo un incidente.

L’Atletico di oggi ai raggi X

Cos’è quindi l’Atletico Madrid di oggi? È un qualcosa di molto diverso rispetto all’immagine classica dell’Atleti perché è mutevole tatticamente e puoi aspettartelo sotto forme differenti, ma che ne ha ritrovato lo spirito e soprattutto la grande attenzione difensiva. Addirittura ultimamente Simeone lo ha presentato con una difesa a tre, chiamata a sostenere un centrocampo a quattro in linea davanti al quale fluttuano due trequartisti alle spalle di una punta. Detta così è semplicistica, ma comincia a comunicare la portata dello stacco rispetto al militaresco 4-4-2 che ha sempre caratterizzato la squadra del Cholo. L’idea dei tre centrali è brillante: così facendo si è recuperato un investimento importante come Mario Hermoso, difensore mancino preso nell’estate del 2019 dall’Espanyol che però nella sua prima stagione biancorossa aveva mostrato gravi difficoltà sia giocando da centrale puro che da terzino sinistro, mentre come “braccetto” di una difesa a tre trova la propria dimensione ideale.

E ne ha tratto talmente tanta sicurezza dall’essersi reso protagonista anche di due gol molto pesanti, segnati con altrettante testate nella notte di Salisburgo valsa il passaggio agli ottavi di Champions e nella serata dell’altroieri al cospetto della Real Sociedad, in cui l’Atletico ha vinto uno scontro diretto importante e complicato. Oltretutto, giocare con tre centrali porta due effetti collaterali molto benefici: il primo è che il laterale destro Trippier (splendido affare fatto un anno fa con il Tottenham) può occuparsi primariamente della fase di spinta, col risultato che ha già scodellato quattro assist in stagione, anche se ora si apre un problema non da poco visto che la FA inglese lo ha squalificato per dieci settimane a causa di una vicenda di scommesse e che in rosa non esiste un suo sostituto naturale se non Vrsaljko, ormai da anni limitato dai problemi alle ginocchia; il secondo è che un regista illuminato, maturo e incisivo come Koke non è più subissato di compiti tattici difensivi, il che gli permette di organizzare le sue geometrie rendendolo il fulcro su cui si impernia un possesso palla dalla qualità inedita in questo lido.

Chi invece è rimasto schiacciato da questa metamorfosi è incredibilmente Saul, che non ha più trovato le proprie zone d’influenza e le meccaniche su cui aveva poggiato un’imposizione fantastica, e che al momento non è niente più di una delle tante, preziosissime alternative di qualità che arricchiscono il centrocampo e che vanno da lui al messicano Herrera passando per Torreira e Kondogbia. Un campionario di centrocampisti dalle caratteristiche tutte differenti e potenzialmente associabili. Ma le vere variabili tattiche sono due elementi che Simeone non solo ha valorizzato ma ha addirittura trasformato, lanciandoli in una dimensione che per Carrasco sembrava prematuramente dimenticata e per Marcos Llorente impossibile da raggiungere. Yannick Carrasco all’Atletico ci era già stato ed era anche esploso, faticando però talmente tanto a reggere la pressione dell’etichetta di top player da ritrovarsi a fare la stellina in una gabbia dorata cinese. È tornato quasi per caso, a Gennaio, quando in un mercato frenetico i primi obiettivi sono caduti e lui è stato ripreso coi panni di “piano C”.

Simeone prima lo ha testato sul piano temperamentale, dandogli i panni di alternativa e chiedendogli schiuma alla bocca in ogni minuto gentilmente concessogli. Avendo registrato le giuste risposte, lo ha rivisitato. Lo ha messo a battere la fascia, quasi da laterale gasperiniano. Ha reinventato un giocatore che adesso offre una verticalità costante e pericolosissima, che dà impulsi atletici continui e che con la raffinatezza del suo piede offre cioccolatini in serie. Llorente invece è stata addirittura una delle idee più impensabili possibili. Perché quando il canterano madridista è stato defenestrato da Zidane, l’Atletico lo ha ingaggiato convinto di aver preso un mediano che potesse provare a raccogliere l’eredità di Gabi, e invece Simeone ne ha fatto un incursore dal peso specifico enorme, che da Anfield in poi si è conquistato un ruolo di importanza primaria. Llorente è la pedina che cambia la forma della squadra e ne fotografa l’inaspettata imprevedibilità: può posizionarsi da mezzapunta, da esterno, da mezz’ala o da interno di centrocampo, dipende da cosa Simeone vuole fare e da cosa vede sul prato. In tutti i casi, il suo regno è il corridoio intermedio di centrodestra, dove crea connessioni multiple e ha imparato a imperversare come un puledro di razza, con la forza del pressatore asfissiante e la qualità del figlio di una tradizione familiare d’origine controllata, visto che parliamo del figlio di Paco Llorente nonché pronipote di Francisco Gento. E a questo punto della stagione, Marcos Llorente ha già servito sei reti e tre assist fra Liga e Champions.

Su questa base, che al momento risulta piuttosto definita nei nomi e nelle gerarchie, si poggia invece un tridente che ha un solo posto fisso: quello riservato a Luis Suarez, colpo di mercato tanto intrigante quanto piccante. Il Pistolero è quel centravanti di razza e di mentalità che nella storia dell’Atletico ha avuto tanti interpreti  illustri e che era terribilmente mancato negli ultimi due anni: si può anche dire che ormai ha passato i tempi d’oro, che lo spunto non è più quello di una volta e che forse anche l’autonomia fisica è ridotta. Però a Suarez i gol non mancheranno mai (ne ha già segnati sette in Liga, uno ogni novantacinque minuti in campo, senza tirare rigori), così come non verrà mai meno quello spirito competitivo trascinante e contagioso. In effetti, pensandoci un attimo, Luis Suarez è il prototipo del centravanti da Atletico Madrid di Simeone. Così come sulla carta potrebbe formare la coppia più cattiva del pianeta con Diego Costa, che lo ha accolto con una sentenza memorabile (“sono contento, io meno e lui morde, saremo pericolosi per tutti…”) ma che per ora è la sua alternativa, perché alle spalle dell’uruguagio Simeone punta primariamente sul talento cristallino di Joao Felix, che al di là della flessione recente e di qualche intemperanza rimane uno dei giovani più importanti del panorama mondiale.

Joao Felix è stato paragonato a Kakà dai soliti che devono per forza piazzare un’etichetta per definire qualcuno o qualcosa. In realtà non c’entra molto. Se proprio vogliamo ritrovare delle cose in lui, si può dire che tocchi il pallone in modo “zidanesco”: tante volte, in certi casi più del dovuto, ma con un’arrogante delicatezza che è cosa per pochi. Deve ancora crescere molto, deve imparare l’arte della gestione della partita perché ha in sé sia le qualità tecniche che le giocate istintive in grado di renderlo un protagonista storico. Ma ha ventuno anni, ed è naturale che sia così. In ogni caso, l’Atletico Madrid ha uno come lui, che ti innalza da solo il livello e che sempre da solo può decidere il risultato. In più ha Correa, un talentino molto diverso, un giocatore da strada che ha finalmente capito la differenza fra “giocare a pallone” e “giocare a calcio”: era stato proprio Simeone ad indicargli questo come il passo decisivo per le sue prospettive e l’impressione è che lo abbia fatto, perché Angel Correa ha rinunciato all’idea (probabilmente irrealizzabile) di essere un grande goleador o un’individualità di quelle che finiscono sulle prime pagine dei giornali per essere il miglior socio possibile di tutti. E infatti in questa Liga nessun giocatore ha servito più assist di Correa. Dulcis in fundo, in questa primavera colchonera è fiorito persino Lemar, che in due anni ha avuto diverse chances fallendole incredibilmente tutte: nell’estate 2018 è stato l’acquisto più oneroso di Spagna, nell’ultima l’Atletico non è nemmeno riuscito a regalarlo…ma adesso lo ha ritrovato, perché galleggiando fra le linee di questo sistema dinamico e associativo ha riscoperto il suo calcio veloce e tagliente. Un altro miracolo del 2020 cholista.

Quindi, il pensiero che ne emerge è che non solo l’Atletico Madrid possa vincere questa Liga, ma che ne sia addirittura il favorito. Sarebbe però sbagliato chiuderla così, perché di favoriti e di previsioni intelligenti in questo calcio (e in questo mondo) non se ne possono proprio indicare. Quel che però appare chiaro, è che la grande opera di ricostruzione di Diego Pablo Simeone è arrivata a compimento. Il suo nuovo Atletico ora è fatto, c’è, si muove e si fa sentire. È una squadra che sposa la modernità, che ha aumentato il numero di giocatori di qualità e ha innalzato la sua proposta calcistica. E ha un allenatore formidabile, grandissimo. Uno che dopo aver reciso di forza il nodo gordiano di una Liga che sembrava impossibile da strappare ai due semidei, ora ne sta provando un’altra grossa: far vedere che riesce a vincere non solo con i muscoli ma anche con la testa, dimostrare che il cholismo non è solo guerriglia rivoluzionaria, ma una vera e propria corrente di pensiero calcistico.