La finale del mondo”. Così Diego Armando Maradona, con la sua proverbiale schiettezza, aveva condensato in tre sole parole l’importanza capitale della sfida scudetto del 1988, tra il suo Napoli e l’emergente Milan di Arrigo Sacchi. Una partita che segnerà un vero e proprio passaggio di consegne in vetta al calcio italiano. Quel pomeriggio, infatti, lo stadio San Paolo battezzava la leggenda del Grande Milan: la rivoluzione calcistica del pragmatico Berlusconi e dell’idealista Sacchi trovava la sua perfetta sintesi nella doppietta di Pietro Paolo Virdis, indiscusso protagonista del primo Tricolore del nuovo corso rossonero.

L’inferno del San Paolo

E pensare che il 1 maggio del 1988 a Napoli si respirava già aria di festa: agli Azzurri di Ottavio Bianchi, in virtù del punto di vantaggio accumulato a tre giornate dalla fine, sarebbe stato sufficiente anche un pareggio per tenere a distanza di sicurezza un Milan reduce da una rimonta pressochè inarrestabile. Roba da 16 partite consecutive senza sconfitte: praticamente un girone intero! Maradona, da perfetto capo-popolo, intuisce il pericolo e chiama a raccolta i suoi adepti:

Domenica al San Paolo non voglio vedere nemmeno una bandiera rossonera

Sarà accontentato, perchè a Fuorigrotta va in scena un inferno tinteggiato di azzurro. Peccato per il Pibe che l’inferno sia l’habitat naturale del Diavolo: tamburi, bandiere, cori incessanti e spalti strapieni sono lo scotto da pagare per arrivare al successo. Per aspera ad astra, dicevano i latini.



Virdis, il salvatore del Diavolo

Il destino ha poi voluto che il salvatore del Diavolo avesse un nome che più cristiano non si può: Pietro Paolo Virdis. Dopo 36 minuti di sostanziale equilibrio, è infatti l’attaccante sardo ad infilare in rete un pallone malamente filtrato dalla difesa azzurra: girata di sinistro e San Paolo ammutolito. La festa rossonera non dura però che pochi minuti: ci pensa Maradona, con l’aiuto di San Gennaro, a ristabilire l’equilibrio infilando nel sette una punizione che di umano ha davvero poco. Si va così all’intervallo sul risultato di 1 a 1. Nella ripresa sale in cattedra il talento di Ruud Gullit: il Tulipano Nero prima confeziona un assist morbido come il cachemir per il 2 a 1 di Virdis quindi, dopo aver attraversato il campo palla al piede, regala al redivivo Van Basten la gioia del 3 a 1. E a nulla vale la zuccata di Careca che, a pochi minuti dalla fine, fissa il risultato sul definitivo 3-2. Sono i gol che valgono il sorpasso Scudetto, l’undicesimo della storia rossonera, il primo della strana coppia Sacchi-Berlusconi.



Il tributo del San Paolo

Una manifesta superiorità sancita, a fine gara, dallo stesso Maradona, pronto a complimentarsi con il Milan ai microfoni di Giampiero Galeazzi, ma anche dallo sportivissimo pubblico del San Paolo che, pur colorato di azzurro, tributa un meraviglioso applauso ai vincitori in maglia rossonera. Un’emozione che il match winner Pietro Paolo Virdis, anni dopo, ha ricordato così:

Maradona alla vigilia caricava l’ambiente: ‘Oggi voglio vedere solo bandiere azzurre’, disse. Ricordo che alla fine la gente ci applaudì, il più bel ricordo fu l’omaggio di quel grande stadio a noi rossoneri

Rossoneri che avrebbero poi aritmeticamente vinto il titolo solo due giornate dopo, grazie ai pareggi ottenuti contro Juventus e Como e alle simultanee sconfitte degli azzurri, usciti letteralmente a pezzi dal confronto del San Paolo. Era il trionfo di una nuova idea di calcio, fatta di pressing, difesa a zona ed esaltazione del collettivo: era il calcio di Arrigo Sacchi, l’uomo che segnerà il passaggio dalla modernità alla contemporaneità. Di lui, una volta, Chicco Evani diede una definizione passata poi alla storia:

Sacchi era così avanti che, se si voltava indietro, vedeva il futuro!

E il ‘futuro’ del calcio, è iniziato proprio al San Paolo, un pomeriggio di 32 anni fa…