Contrappasso è un termine composto che deriva dal latino: contra e patior, letteralmente “patire il contrario”, ed è esattamente quello che si è ritrovata a subire la Lazio, che nella sera in cui ricominciava a vivere il suo meraviglioso sogno scudetto ha rischiato di essersi svegliata, perché così come era cominciata a germogliare questa pazza e bellissima idea, ovvero con una tripla rimonta all’Atalanta in un pomeriggio di Ottobre, allo stesso modo rischia di essere finita, per un sorpasso lungo e doloroso da parte di una squadra che non dà mai per scontato nulla e sa sorprendere, meravigliare, esaltare ogni qual volta scende in campo.

0-2 in un avvio maestoso, 3-2 per un finale che lascia una ferita profonda: ora la Juventus è a +4, rimane la possibilità di sfruttare lo scontro diretto a Torino e permangono tutte le incognite legate a uno scenario che nella sua inedita e totale imprevedibilità apre la porta a qualsiasi cosa, però è innegabile come per Simone Inzaghi e la sua banda questo colpo sia fortemente impattante.

La botta di Bergamo

Quella di Bergamo è una botta difficile da immagazzinare, per tanti motivi. Primo perché le premesse sembravano ideali, con una Juventus incerta nei primi passaggi e con un avvio di partita perfetto: due gol realizzati in poco più di dieci minuti, la solita capacità fulminante di proporre un calcio elastico e produttivo, devastante nel trovare l’ampiezza del campo e la verticalità delle linee. Un calcio che al cospetto dell’Atalanta è stato nobilitato più che dai soliti Immobile e Luis Alberto da un Milinkovic sempre più totale, spesso nella sostanza e lirico nell’espressione tecnica. Poi però l’impatto con la (nuova) realtà è stato durissimo.

Perché la Lazio di Inzaghi, la Lazio di sempre, la Lazio che sogna è durata solo una mezz’oretta. Subendo il contrappasso di un’Atalanta che invece di tornare sulla terra proprio non ne vuol sapere. Le avvisaglie sono stati i due gol sbagliati dal cecchino Immobile, poi la connessione laterale-laterale marchio di fabbrica di Gasperini concretizzata ancora una volta da Gosens, il bolide scintillante di Malinovski e la consueta, mortifera palla inattiva atalantina hanno ribaltato tutto, lasciando dolore e vuoto. Perché negli occhi e nella testa quel gap che si è aperto in classifica fa male, incide profondamente e negativamente sulle menti di un gruppo che proprio trovando una motivazione psicologica d’acciaio aveva ribaltato la partita di andata spiccando il volo. E adesso, per forza di cose, non possono neanche essere i muscoli a guidare la reazione, visto che si gioca a ritmi vertiginosi, in un’estate ormai arrivata pienamente e dopo tre mesi di inattività. Un bel problema per Inzaghi….

Ma nulla è perduto!

Però, l’ultima cosa che deve fare la Lazio è arrendersi o pensare che sia tutto finito. La sconfitta di Bergamo ha anche motivazioni strettamente calcistiche, soprattutto legate a tre assenze che nello sviluppo della gara si sono rivelate determinanti. Quella di Lucas Leiva, equilibratore imprescindibile che avrebbe aperto l’ombrello per contrastare la tempesta. Quella di Lulic, capitano sempre pronto a mettersi in prima linea e sicuramente più esperto in materia di contenimento rispetto a Jony. Anche quella di Luiz Felipe, che con il suo solido e concreto pragmatismo difensivo si è imposto come un centrale osservato anche al di fuori dei confini. Tre cardini importanti, che magari in passato avrebbero potuto essere sostituiti efficacemente dalle alternative che offre la rosa ma che in queste condizioni limite è necessario recuperare il prima possibile.

Recuperare loro, e recuperare quanto prima anche un dodicesimo uomo affidabile come Marusic, rappresenta una medicina che alla Lazio potrebbe fare molto bene per superare l’impatto debilitante di questo contrappasso. Anche se è chiaro che la possibilità di reagire, di ritornare a volare, passa soprattutto da quello che saprà portare la reazione mentale di un gruppo che si ritrova di fronte a due aspetti nuovi: una sconfitta che non capitava da ventuno partite di campionato e un percorso di impegni impossibile da programmare per mancanza di riferimenti. Il calendario impone fin da subito una reazione e porta anche chiamate interessanti, ovvero tre partite importanti che stimolano la focalizzazione ma che lasciano anche occasioni, perché la Fiorentina arriva rabberciata, il Torino ha sì fatto dei punti-salvezza rinvigorenti ma non ha di certo palesato una svolta tecnica, e il Milan è sempre un’incognita. Dicono che i grandi sono tali non perché non cadano ma per come si rialzano, e per la Lazio è esattamente questo il momento: rialzarsi subito per dimostrarsi grande, più grande di qualsiasi nemesi.