Il Barcellona si giocava il campionato contro l’Atletico, anzi si giocava persino di più: si giocava la faccia, si giocava l’opportunità di non gettare al vento una stagione potenzialmente ancora piena di possibilità, e che invece rischia sempre più di scivolare via fra una serie di situazioni talmente caotiche e incomprensibili da apparire grottesche. Il Barcellona ha pareggiato 2-2, andando due volte avanti e facendosi riprendere altrettante, come a dire che proprio non ce la fa a rimettersi in volo, a togliersi le sue masochistiche zavorre. Nonostante la presenza di un genio tanto grande quanto solo. E anche per colpa di un Atletico che al contrario sembra essersi finalmente trovato dopo una lunga fase di transizione, un Atletico che ad Anfield (proprio là dove invece il Barça l’anno scorso ha lasciato un bel pezzo della sua grandeur) ha operato quel “click” mentale che oggi lo configura come una squadra rinvigorita, di nuovo convinta e con tante risorse di livello a disposizione. Il tutto con sentiti ringraziamenti da parte di un Real Madrid che Zidane ha semplicemente normalizzato e che adesso ha in mano la Liga più strana dei tempi recenti.

La partita

Lo scontro del Camp Nou è stato un susseguirsi di colpi di scena, un confronto vibrante e intenso seppur con le fisiologiche caratteristiche del calcio di adesso, quindi senza un pubblico ad arroventarlo ulteriormente e con qualche pausa di ritmo inevitabile. Però con continue sorprese, iniziate già prima del calcio d’inizio con la comunicazione delle scelte fatte dai due allenatori: Quique Setien, l’uomo chiamato dalla dirigenza blaugrana con il paventato intento di superare il pratico conservatorismo di Valverde per restituire al Barcellona il suo sacro stile, è riuscito addirittura ad abiurare il 4-3-3 a favore di un 4-3-1-2 imbottito di centrocampisti e privo del grande ex Griezmann; il Cholo Simeone ha invece dato pista ai suoi valori offensivi, mettendo tre infoiati soldati da contropiede come Correa, Llorente e l’incendiario Carrasco a sostenere il carrarmato Diego Costa. Quindi né Joao Felix né Morata: diverse centinaia di milioni spalmate sulle due panchine, perché un big match di Liga può essere anche questo.

Il protagonista da film della prima parte è  stato senza dubbio Diego Costa: arrivava caricato a mille da una ripartenza smagliante con due reti (e mezza) più due assist registrati in cinque partite post lockdwon, ha iniziato immediatamente a martellare la difesa blaugrana ma al dodicesimosi è messo nella propria porta un calcio d’angolo tagliente tirato da Messi e cinque minuti dopo ha sbagliato il calcio di rigore concesso da Vidal, incapace di contenere la rovente vitalità di Yannick Carrasco. Diego Costa evidentemente non ha proprio feeling con il Camp Nou: lì nel 2014 ha sì vinto una Liga da record ma l’ha celebrata nel dolore per l’infortunio patito a inizio gara che lo ha privato anche della successiva finale di Champions a Lisbona, e sempre lì l’anno scorso si è preso otto giornate di squalifica per insulti plateali all’arbitro Gil Manzano, di fatto chiudendo i conti del campionato a favore dei blaugrana. Stavolta però gli è andata meglio, perché l’incerto arbitro Hernandez Hernandez – e soprattutto il VAR Mateu Lahoz – hanno graziato l’Atletico concedendogli la ripetizione del penalty a causa della posizione avanzata del portiere Ter Stegen. E Saul, sempre efficace, sempre impeccabile, sempre più lanciato nell’olimpo dei migliori centrocampisti del mondo, non ha sbagliato.

Botta e risposta, continuamente. Il Barcellona insistente nel suo fraseggio estremamente orizzontale ai limiti del piatto, continuo e armonico ma con un unico sbocco possibile: la palla offerta a Messi accompagnata dalla preghiera di inventarsi qualcosa di risolutivo. La stessa eterna condanna del genio di Rosario: solo, con tutto il mondo sulle spalle, obbligato ad essere ordinariamente straordinario pena la gogna. Un po’ come gli succede da sempre in Nazionale, solo che ora gli capita anche nella sua squadra di club. E Leo Messi il mondo ha provato a caricarselo addosso anche stavolta: ha lottato, ha scheggiato un palo con uno dei suoi sinistri ad effetto dal limite, ha sfoderato una punizione maligna che ha chiamato Oblak al suo solito intervento salvifico. Ha anche fatto gol, sul secondo dei tre “rigorini” concessi dal direttore di gara. Non un gol qualsiasi: uno scavetto, a sancire l’immagine iconografica di quella che la maggior parte del mondo sta salutando come la sua settecentesima rete in carriera, anche se di fatto non è così e le cifre sono un po’ diverse, perché Messi di gol ne ha già fatti più di settecento, e soprattutto c’è un solo numero (peraltro immaginario) che può definire il calcio della Pulga: l’infinito.

Non basta Messi 700

Ma neanche lui è bastato, perché un Atletico che ha riscoperto la sua intensità da guerriglia accompagnandola ora anche con un valore estetico e tecnico significativo nel reparto offensivo, è tornato ancora, ha esaltato fino in fondo l’arte del contropiede, ha sconquassato di nuovo il Barcellona prendendosi un altro calcio di rigore con Carrasco e trasformandolo ancora con Saul, che ha firmato la prima doppietta della sua carriera e a venticinque anni si presenta come un mediano con quasi trecento partite in un club di fascia top, quarantuno gol fatti e un orizzonte che pochissimi suoi pari età e pari ruolo possono presentare. 2-2, risultato finale. Una conferma per il Cholo, che deve rinviare l’appuntamento con la sua prima vittoria in Liga contro il Barcellona ma si ritrova con il grandissimo merito di aver ricostruito ancora una volta il suo Atletico Madrid. Un ulteriore capo d’accusa per Quique Setien, che non solo è stato visibilmente rigettato dai senatori della squadra ma appare anche come un pensatore illogico rispetto al contesto e al momento: l’insistenza (anche nella conferenza stampa post partita!) su un piano gara fatto di ragionamento a centrocampo e non di imposizione della superiorità tecnica come vorrebbe la tradizione del Barcellona che lui è stato chiamato a rinverdire, esacerbata peraltro dalla decisione di mandare in campo Antoine Griezmann solo al novantesimo minuto, sopo aver inserito prima Sergi Roberto per Rakitic e poi Ansu Fati per Vidal. La figura del Principito è stata in assoluto la più triste di tutta la serata: confinato in panchina per la terza volta nelle ultime quattro gare, trasformatosi apertamente da volto di copertina a comparsa, nemmeno comprimario. Il tutto di fronte alla squadra, al gruppo, al mondo di cui era il sovrano ma che ha lasciato dicendo di ambire a qualcosa di più. Contrappasso dolorosissimo e sinceramente anche immeritato, perché è vero (e aveva ragione la squadra) che a questo Barcellona sarebbe servito molto di più Neymar che non l’asso francese, ma lasciarsi scappare una grossa percentuale di campionato senza nemmeno tentare la carta di un campione del mondo è qualcosa di legittimamente criticabile, e umiliarlo con un ingresso in campo in tempo di recupero è un gesto a cui nessuna spiegazione potrà togliere i crismi del delitto.

Gli scenari per il Barcellona

E adesso il Barcellona si ritrova staccato di un punto (più lo scontro diretto sfavorevole) da un Real Madrid che giovedì, nel duro derby col Getafe, può piazzare un allungo probabilmente decisivo, anche perché il prossimo impegno per i blaugrana sarà la trasferta sul campo di un Villarreal ripartito decisamente molto bene con il suo calcio fresco, spavaldo e attrattivo. Il tutto in mezzo a un clima da polveriera per la distanza fra giocatori e staff tecnico e a un caos che sta coinvolgendo tutte le componenti del mondo Barsa, come dimostra l’attivismo sul mercato – con ragioni molto più finanziarie che tecniche – che ha portato a un’ulteriore destabilizzazione per la cessione di Arthur alla Juventus in un momento in cui ci sarebbe bisogno del massimo coinvolgimento e della massima focalizzazione di ogni singolo componente sugli obiettivi calcistici che ancora si stagliano di fronte a una squadra che per le sue qualità può ancora sperare di inseguire la gloria, ma che oggi comunica soprattutto un senso di fiacchezza e di disillusione. Nonostante abbia il miglior giocatore del mondo. Anche quest’anno il Barcellona ha commesso tanti errori e ha finito per farsi male da solo: vedremo se saprà sorprenderci con un clamoroso ribaltone, con un colpo di teatro strabiliante che – è bene ricordarlo – può sempre risiedere nelle corde di campioni di questo calibro. Però, il giorno dopo una partita cruciale come quella che abbiamo vissuto ieri sera, la fiducia verso questo Barça non è di sicuro aumentata, anzi.