È tornato il campionato e ci ha riportato la sua strana, spettacolare incertezza. Oggi torna anche la Champions League, e soprattutto domani ci riserva un Inter-Real Madrid tanto decisivo quanto nervoso, di conseguenza grande. Ma giovedì torna anche l’Europa League, competizione sempre incomprensibilmente snobbata: è vero che la fase a gironi rappresenta un mare magnum in cui orientarsi è difficile, gli approdi non sono porti ricchi e glamour ma a volte scogli scomodi che offrono più insidie che ristori, però è proprio il bello di questa competizione, che più avanti presenta anche importanti opportunità di gloria ma che in questa fase ci porta in giro attraverso situazioni surreali, offrendoci un ritorno a un calcio antico che, se apprezzato per quel che è, inevitabilmente diverte. E permette di scoprire avamposti del mondo del pallone che scatenano curiosità, mostrano talenti e raccontano storie inimmaginabili. Per questo, voglio regalarvi quattro spunti curiosi sul giovedì di Europa League alle porte. Vi porto a fare un giro per l’Europa che secondo qualcuno non conta, e che invece può affascinare tantissimo.

La strana dimensione di Yusuf Yazici

Il Milan ha perso solo una delle ventisette partite che giocato da quando il calcio è ricominciato: 3-0 in casa con il Lille due settimane fa. Una serata che ha incoronato forse definitivamente il talento molto particolare di Yazici, mancino turco con il fisico da mediano e l’ispirazione improvvisa del numero dieci purissimo. Questo ventitreenne, che è il capocannoniere dell’Europa League con due triplette in tre partite, è una figura veramente particolare, racchiusa in una dimensione di continui contrasti agitati che ne fanno praticamente un unicum. Ha la classe e il valore tecnico per essere la stella di una squadra come il Lille, eppure in campionato ha giocato da titolare solo due partite su undici, compresa l’ultima con il Lorient in cui ha fatto due gol. Ha tutto per essere un giocatore di enorme rilievo, e lo si era capito già ai tempi del Trabzonspor, però finora gli è mancato qualcosa, e non si capisce bene cosa. È un trequartista che però non ha la posizione definita del trequartista: la tendenza primaria è quella di pendere verso destra per poi lavorare verso l’interno del campo con il piede forte, però non puoi mai pensare di capire in anticipo cosa farà davvero, lo puoi trovare nel cerchio di centrocampo coem in area, da una parte o dall’altra. È un giocatore che può apparire a prima vista morbido, perché ha la tendenza – durante la fase di palleggio preparatorio – ad essere uno di quegli artisti che passeggiano per il campo specchiandosi nel bello della loro figura e questo lo porta non di rado a sbagliare appoggi elementari per uno come lui, però appena arriva il momento giusto per sferrare l’attacco, Yazici cambia passo, accelera e lo fa in modo bruciante. Questo perché è un fantasista di presenza atletica e muscolare: alto, strutturato e potente nella parte superiore del corpo, sa farsi valere molto bene in questi movimenti di attacco alla profondità e all’area di rigore, infatti è uno con cifre realizzative significative.
Poi, però, la sua vera specialità principale è la raffinatezza non tanto delle imbastiture quanto delle giocate nel terzo decisivo di campo. È un giocatore intelligente e freddo sia nel capire quali siano le aree giuste per abbassarsi, smarcarsi e ricevere, sia soprattutto nella lettura dell’evoluzione del gioco quando gli viene chiesto di impostarlo, però a volte gli manca la concretezza fondamentale per un regista offensivo. Questo è forse il suo paradosso principale: può contare su di una struttura forte e robusta, ha sviluppato la specialità di saper tenere il pallone, difenderlo, attirare su di sé più avversari e al momento giusto smistarlo per i compagni che saranno conseguentemente smarcati. Però a volte non lo fa, o si lascia andare in cose strane, difficili da comprendere. In sintesi, parliamo di un fantasista di ventitre anni atleticamente forte, intelligente col pallone, in possesso di un cambio di passo bruciante e anche delle visioni in grado di far girare la squadra. In più ha soluzioni offensive in termini di gol e di assist. Che però tende a rimanere un po’ troppo chiuso in se stesso. È questo il motivo per il quale Yazici non è considerato una stella del calcio europeo? Non ho una risposta, e non sono nemmeno sicuro che rimarrà una sua dimensione costante. Anzi, ho l’impressione che PER IL MOMENTO non è ancora considerato una stella del calcio europeo…ma di sicuro lo è in Europa League, che di giocatori così gustosi, esaltanti ed incompresi ne offre in buona quantità

La notorietà di Elton Acolatse

Uno dei gol più incredibili della prima metà di fase a gironi di Europa League lo ha segnato senza dubbio Elton Acolatse dell’Hapoel Be’er Sheva, venticinquenne olandese che non aveva mai lasciato sensibili tracce di sé prima d’ora. E dire che gli inizi sembravano promettenti: nato ad Amsterdam da genitori ghanesi, cresciuto nel vivaio dell’Ajax, stabile nelle nazionali giovanili e presenza fissa nell’Europeo Under 17 del 2012, in cui si tolse la grande soddisfazione di segnare uno dei rigori nella serie che ha deciso la finale contro la Germania. Perché da lì le cose per Acolatse non sono andate benissimo: non ha mai debuttato nella prima squadra dell’Ajax, ha deciso di emigrare in Belgio e l’inizio con il Westerloo è stato interessante (gol al debutto in campionato contro lo Standard Liegi, per un totale di sei reti nella sua prima stagione professionistica) però poi il salto in alto al Bruges è rimasto solo un’intenzione, così come la possibilità di crescere e migliorare al St.Truiden.
Quando all’inizio del 2020 è passato all’Hapoel Be’er Sheva, è parso di leggere già l’epilogo di una delle tante storie di presunti talenti incompiuti. E invece, dopo il successo in coppa nazionale e il riscatto esercitato dal club israeliano, per Elton Acolatse si è spalancato l’universo dell’Europa League. Lo ha conquistato attraverso la lunga e serrata serie di quattro turni preliminari, segnando gli scozzesi del Motherwell il suo primo gol in maglia biancorossa (alla diciassettesima presenza). Poi ci si è tuffato dentro, aprendo la fase a gironi con una sfolgorante doppietta in tre minuti, fra l’ottantaseiesimo e l’ottantottesimo, valsa lo storico successo sullo Slavia Praga. E poi si è ripetuto, due settimane fa, facendone altri due al Bayer Leverkusen, che ha vinto la partita 4-2 ma il risultato negativo non ha offuscato l’incredibile giocata con cui Acolatse ha firmato la sua seconda rete. Già di per sé, la sponda sforzata che il suo compagno ha trovato proprio sulla linea laterale (o forse oltre) vale una citazione, poi però il longilineo, un po’ sgraziato ma flessuosissimo esterno olandese ha inanellato una serie di cose abbacinanti: controllo a seguire al volo di tacco, a un altezza di quasi un metro; progressione talmente bruciante e inattesa che il difensore Dragovic casca per terra nel tentativo di tenerlo; sterzata subitanea, precisa e secca, e anche l’altro centrale Tah finisce lungo; hesitation alla Steph Curry per aggirare anche il portiere Hradecky e infine sinistro incrociato, quasi cadendo, per tagliare fuori anche il recupero di due disperati avversari, andati sulla linea di porta ma dalla parte opposta rispetto alla conclusione di Elton Acolatse. Una prodezza che scatena entusiasmi iperbolici, anche perché è stato il quinto gol fra le preliminari e gironi di Europa League per uno che invece nel campionato israeliano non è mai riuscito a trovare la rete. Uno che non aveva mai fatto parlare di sé prima, che difficilmente ritroveremo sulle vette del calcio ancora, ma che nel frattempo gode e ci fa godere del suo quarto d’ora di notorietà.

Rangers-Benfica: il vintage di moda

La partita più illustre e più affascinante del turno è sicuramente quella di Glasgow: Rangers contro Benfica, faccia a faccia fra club di enorme tradizione che attraverso l’Europa League stanno cercando di rinverdire i loro fasti internazionali. Il Benfica ha dovuto fronteggiare cessioni pesanti come quelle di Ruben Dias al Manchester City, Florentino Luis al Monaco e Carlos Vinicius al Tottenham, ne ha fisiologicamente risentito perdendo il preliminare di Champions però ha trovato fin da subito un’anima nuova, nel calcio visionario di Jorge Jesus, nella fermezza di Vertonghen e Otamendi, nella resurrezione (l’ennesima) di Taarabt e soprattutto nella figura del rampante uruguagio Darwin Nuñez, preso dall’Almeria (seconda divisone spagnola) dopo il naufragio della trattativa per Cavani e subito in grado di dimostrare di essere, rispetto al suo più famoso e stagionato connazionale, il nuovo che avanza. I Rangers invece la loro avanzata l’hanno iniziata da un po’, per la precisione dal 2012 quando sono stati sbattuti nell’inferno della quarta divisone scozzese da cui sono progressivamente riemersi. Adesso, i protestanti di Glasgow sono tornati davvero: già l’anno scorso, alla seconda stagione del mitico Steven Gerrard in panchina, avevano dato l’impressione di un cambio di marcia, tanto da fare una buona campagna in Europa League arrivando fino agli ottavi di finale. Però la distanza dal Celtic appariva ancora ampia. Cosa che invece si è completamente ribaltata quest’anno: i ‘Gers sono primi in campionato con undici punti di margine (e due partite in più), hanno vinto l’Old Firm e stanno viaggiando molto bene anche in Europa e dividono la testa del girone proprio col Benfica, a quota 7 punti. Il calcio di Gerrard piace, perché si fonda su di un 4-3-3 dalle caratteristiche gustosamente british che però cerca nella tecnica la sua sublimazione. E poi nei Rangers giocano una serie di personaggi fantastici: dal bizzoso bomber colombiano Morelos a un terzino destro come Tavernier che ha già segnato tredici gol in stagione, dall’eterno Jermaine Defoe al rampante ed elettrico Kent, dal folle Roofe che ha aperto la sua Europa League segnando da centrocampo al figlio del grande Ghoerghe Hagi. Due settimane fa, il primo atto a Lisbona è finito 3-3 fra autoreti tragicomiche e continui ribaltamenti. Giovedì a Glasgow si giocano la vetta e la certezza del passaggio di turno: di sicuro ci sarà da divertirsi.

Dabbur, l’uomo dell’Europa League

Munas Dabbur è il miglior centravanti che Israele abbia avuto dai tempi del mitico Mordechai Spiegler, che fra gli anni ’60 e ’70 è diventato il massimo cannoniere nella storia della Nazionale nonché il primo giocatore israeliano a farsi conoscere anche all’estero. Storia particolare quella di Spiegler, nato nella città russa di Sochi, diventato una leggenda in patria e poi arrivato a vestire maglie molto pop come quelle di PSG e New York Cosmos. Dabbur invece è nato a Nazareth ed è passato da posti decisamente meno alla moda per imporsi: Tel Aviv, poi Zurigo, Salisburgo che gli ha aperto la visibilità internazionale, Siviglia per la grande occasione però steccata e ora Sinsheim, la piccola cittadina tedesca che ha assunto rilevanza internazionale solo per il progetto calcistico dell’Hoffenheim. Dabbur da un anno è sbarcato in Germania per riprendersi dal flop spagnolo, e lo ha fatto relativamente visto che il suo score in Bundesliga parla di sei reti fatte in ventuno partite, dopo che in Liga non ne aveva collezionato nessuno riuscendo a ritaglirasi solo una mezz’oretta di campo in sei mesi: un ridimensionamento forte per un giocatore di ventotto anni che dopo i gol a raffica fatti nel Salzburg, nel Grasshoppers e nel Maccabi di Tel Aviv ambiva a consacrarsi in alto.
Però non è così, Dabbur non è stato ridimensionato perché parallelamente ha continuato a segnare in quello che sembra essere davvero il suo giardino di casa: il rutilante mondo dell’Europa League. L’israliano quest’anno ne ha già messi quattro in tre partite, sparando l’Hoffenheim in testa a punteggio pieno nel girone che lo oppone a Stella Rossa, Gent e Slovan Liberec, suo prossimo avversario nella partita che potrebbe valere la qualificazione aritmetica ai sedicesimi. E non è nulla di sorprendente, visto che lo score di Munas Dabbour parla di ventitré reti realizzate nelle sue ultime trentasei presenze in questo torneo. Con tre maglie diverse, perché l’unica cosa che non è mai cambiata per lui fra Salisburgo, Siviglia e Sinsheim è che quando arrivano le notti di Europa League si sente finalmente a casa, si trasforma e fa gol. Capita a lui e capita anche ad altri, in un universo che non avrà l’importanza mediatica ed economica della Champions, che non arriva alle masse se non quando comincia a vedersi la coppa all’orizzonte, ma che esalta l’anima più pura del calcio nei suoi angoli di periferia. E per questo, mi piace da morire.