Che sarebbe stata una Champions League sorprendente e ai limiti dell’incredibile ce lo aspettavamo, visto che mai prima d’ora (e speriamo mai più) ci eravamo trovati a vivere il rush finale della competizione più ambita, più importante e più difficile del mondo con queste modalità e tempistiche. Però il quadro che si è configurato è andato ben oltre ogni più fervida immaginazione: fuori le italiane, fuori le inglesi e fuori anche tutte le spagnole, rimangono due tedesche e due francesi a giocarsi la coppa dalle grandi orecchie.

Una rivoluzione totale, figlia senza dubbio della particolarità delle contingenze. Però si tratta di uno scenario che – seppur nella sua probabile estemporaneità – ci porta dei messaggi da mandare a memoria. Perché, se lo guardiamo in profondità e ci mettiamo nell’ottica di volerne trarre un messaggio globale sull’evoluzione del pallone, troviamo delle realtà che possono fornirci l’esempio di quattro modi attraverso i quali si arriva alle massime vette del calcio.

Il Bayern Monaco: la corazzata titanica

Il Bayern è indubbiamente quella che ha fatto più impressione per la brutalità con cui ha schiacciato qualsiasi tipo di concorrenza, con un 8-2 che ha fatto la storia negativa del Barcellona ma prima anche con una passerella operata a discapito del Chelsea. Suona incredibile il pensiero che i bavaresi all’inizio di questa stagione si mostrassero come un’accozzaglia in crisi di identità, scollata e depotenziata dall’incapacità ormai perdurante da qualche tempo di legare le personalità più forti di uno spogliatoio molto pesante a una guida tecnica che portasse un sistema condiviso. Cosa che è improvvisamente successa dopo il cambio di allenatore e la decisione di puntare su un “non nome”, ovvero sulla figura di Flick che ha avuto la grande intelligenza di non pensare di porre delle briglie ai suoi purosangue senza però regalar loro un’autogestione, cosa che non funziona mai in un gruppo lavorativo di massimo livello.

Flick ha messo al centro del progetto le figure, lanciando un Lewandowski da Pallone d’Oro (se non l’avessero annullato…), lucidando un Thomas Muller sempre decisivo, ritrovando un Neuer allo stesso tempo trincea e primo costruttore di gioco. Però questo Bayern tremendo non è solo un insieme di grandiosi giocatori, ma una squadra che opera un gioco splendidamente corale e profondamente moderno: attacca alto, chiude all’angolo l’avversario asfissiandolo e stordendolo. Ha una sfolgorante coppia di terzini – l’ex ala Davies e l’ex centrocampista Kimmich – che sono componenti estremamente attivi della fase offensiva, e ha scelto di incastonare come secondo centrocampista centrale, al fianco dell’orologio biologico Thiago Alcantara, uno come Leon Goretzka, giocatore di notevole qualità evolutosi in un elemento anche di quantità. Per questo, per il suo essere allo stesso tempo una serie di illustri individualità e un sistema dalle meccaniche perfette, il Bayern Monaco appare nitidamente come la miglior squadra della stagione.

Il Paris Saint Germain: l’all star team

Ed è un qualcosa di diverso rispetto all’altro grande colosso sopravvissuto all’ecatombe di questo agosto di Champions, ovvero il Paris Saint Germain di Thomas Tuchel, che in realtà più che la squadra dell’intelligente allenatore tedesco è più che altro la banda dei due principali bulli dello scenario: Mbappé e Neymar. Ha rischiato tanto il PSG, perché l’Atalanta gli ha fatto prendere un serio spavento trasformato poi in apoteosi da una di quelle situazioni che ti fanno pensare alla predestinazione. Il PSG ha forse la rosa più forte di tutte, analizzandola nome per nome: pur avendo perso per strada Cavani, vanta un fronte offensivo dove oltre alle due terribili tartarughe ninja c’è lo stile di Di Maria, la polivalenza di Sarabia, la prontezza di Choupo-Moting e il killer instinct (almeno in teoria…) di Mauro Icardi.

La mediana è retta da due corsari come Verratti e Gueyé, in mezzo ai quali piazzare o un pilastro come Marquinhos (che con Thiago Silva e Kimpembé compone un trio di centrali che nessuno al mondo vanta) o un giocatore enormemente maturato come Paredes. In più, tante alternative per tutti i reparti, e la possibilità di operare un calcio offensivo come nessun altro, spumeggiante nell’esaltazione del talento creativo delle sue figure. Ma proprio per questo soggetto ai capricci degli eventi, perché il Paris Saint Germain rispetto al Bayern Monaco è molto più improvvisazione artistica che non organizzazione metodica, quindi dipendente dal momento dei suoi funamboli. Due modalità differenti ma egualmente mirabolanti. Direi che sarebbe favoloso vivere una finale con questo tipo di contrapposizione.

Il Lipsia: l’imposizione del metodo scientifico

Però, a maggior ragione dopo quel che abbiamo vissuto negli ultimi dieci giorni, andrei molto cauto con gli svolazzi e le previsioni. Perché fra i due colossi e la loro attesissima finale ci sono due squadre che hanno dimostrato chiaramente di saper dare fastidio, e lo hanno fatto contro ogni previsione. Anche il Lipsia, che da anni progetta scientificamente questo tipo di scenario e lo ha fatto talmente bene da riuscire a raggiungerlo nonostante l’addio sul più bello del suo uomo migliore, quel Timo Werner che ha preferito iniziare già a concentrarsi sul futuro piuttosto che vivere il presente, e che forse adesso un po’ di rimpianto lo avverte. Ma proprio l’aver fatto fuori l’Atletico Madrid senza poter contare sul proprio totem, dà la dimostrazione di cosa sia il metodo ultramoderno portato nel calcio da una multinazionale con idee avanguardiste e sublimato dall’allenatore più giovane e più intrigante che ci sia adesso nel panorama mondiale. Perché il compimento dei piani della Red Bull è arrivato nel momento in cui alla guida dell’ammiraglia della casa si è messo questo tedesco di trentatré anni che a sua volta ha avuto la strabiliante capacità di costruirsi un modello di calcio adattabile in ambiti differenti, cosa che nella storia di questo sport è riuscita a pochissimi. Nagelsmann crea e fonde, dà identità e contemporaneamente adattabilità.

Ha fluidificato il concetto di modulo, difendo a tre o a quattro all’interno della stessa partita, mischiando i ruoli e armonizzando i componenti attraverso uno spartito estremamente codificato ma allo stesso tempo portatore di creatività. Il suo Lipsia corre tantissimo, ma corre soprattutto bene. Si addensa in posizioni studiate per chiudere gli spazi, e poi improvvisamente ne spalanca con movimento senza palla e circolazioni dalle cadenze perfette. Affrontare il Lipsia vuol dire saper benissimo cosa ti troverai davanti ma non avere mai un’idea precisa di che forma assumerà, perché tutto può cambiare all’improvviso pur mantenendo sempre la stessa forte caratterizzazione identitaria. Indipendentemente dai nomi e dai volti del momento. Una sorta di stimolantissimo rebus che glorifica la scienza dell’organizzazione senza intaccare minimamente l’estetica e lo spirito del gioco. C’è chi ha contestato e continua a rifuggire questo tipo di metodologia applicata allo sport. Io, senza voler più di tanto entrare nel merito di queste questioni, personalmente provo ammirazione, perché l’espressione calcistica finale di tutto questo processo è indubbiamente molto piacevole.

Il Lione: la vecchia scuola che non muore mai

Infine c’è il Lione, che sembra quasi un parvenu al tavolo più illustre del calcio continentale ma che in questo lotto rappresenta gli echi della vecchia scuola che comunque sopravvivono nonostante l’impetuoso flusso dei venti della modernità. Anche perché di per sé il Lione di Rudi Garcia non è una squadra esclusivamente speculativa, bensì una realtà che ha nel proprio bagaglio concetti tecnici ispirati, voglia di giocare d’attacco e di puntare sulla qualità d’espressione. Però ha avuto la furbizia di capire che, considerati i valori in campo, l’unico modo per progredire era quello di farsi sottovalutare, di difendersi e contrattaccare. Poi ci è voluta anche una buona dose di fortuna, ma la malizia strategica di una volpe come Rudi Garcia è stata proprio quella di andare a cercarsela. E lo si è visto nei momenti in cui il suo OL è stato chiamato ad essere attivo, a mettere fuori la testa e a colpire: non se li è persi, non ha avuto titubanze, li ha vissuti in pieno e ne ha tratto il sostentamento per arrivare fino alla semifinale facendo crollare sia la Juve che il Manchester City.

E questo è sintomo di grandezza: saper sfruttare le situazioni, nella competizione che più di tutte vive sui dettagli, è una virtù che fa tanta differenza. E che passa dall’avere comunque giocatori di qualità, seppur all’interno di un sistema primariamente di calcolo. Quella qualità che si sublima in Depay, Dembelé, Reine-Adelaide e anche in Bertrand Traoré, ma che si origina costantemente dal pensiero e dall’azione di Houssem Aouar, che a ventidue anni è già una stellina visibile a chiunque voglia guardare il firmamento con un minimo di propensione poetica. Anche lui può essere inquadrato come un giocatore “antico”: è uno che sembra non trasudare mai la minima emozione ma che ne crea in serie con le sue idee, la sua eleganza e la sua totale influenza sul gioco. Aouar è qualità costante, nelle letture e nelle interpretazioni. È spirito libero che crea sistema. È l’epicentro della squadra della sua città, che tifa e rappresenta fin da bambino, che ha visto sognante negli anni d’oro e che ora ha portato su vette dove spirano correnti fortissime e forse insostenibili, ma che questo gruppo, con il suo astuto allenatore e il suo geniale regista, arriva a fronteggiare pieno di credibilità.