Premessa: non amo moltissimo fare le interviste. È la parte del mio lavoro che ho approfondito di meno, direi per scelta. Io amo vivere di campo, perché la mia passione per il calcio si esprime principalmente nei novanta minuti, nella partita, nel gioco puro. Anche se poi, ovviamente, l’intreccio delle storie che gravitano attorno al confronto sportivo fra individui che seguono le regole di una disciplina cercando di primeggiare gli uni sugli altri sono il motivo per il quale lo sport, come nessun’altra forma artistica, riesce a diventare epica.

Enigmatico, controverso, anticonvenzionale

Il mio rapporto un po’ distaccato con le interviste deriva dal fatto che è molto difficile ottenere un momento di scambio autentico: c’è sempre un tempo definito e solitamente molto corto, c’è sempre anche una sorta di comprensibile freno da parte dell’intervistato. Semplicemente perché può non sapere bene chi si ritrova davanti, oppure banalmente perché non è il momento migliore possibile. Però, adesso, se potessi scegliere un personaggio del calcio da intervistare, sceglierei Mario Balotelli. Mi piacerebbe molto poter parlare con lui, idealmente in una situazione di libertà e serenità. Vorrei che si aprisse senza ritrosie, si fidasse e mi spiegasse chi è veramente Mario Balotelli. Non vorrei parlare di ciò che non è stato o avrebbe potuto essere, perché su quello si sono cimentati in tantissimi (spesso anche a sproposito). Vorrei farmi mostrare da lui quello che è, vorrei far emergere i perché di tutta la sua variegata vicenda calcistica e umana. Vorrei che rispondesse lui alla domanda “why always me?”. Perché sono convintissimo che solo ascoltandolo si possa arrivare al centro del più enigmatico, controverso ma anche anticonvenzionale – e per questo differente – personaggio calcistico italiano dell’ultimo decennio.

Mario Balotelli in sintesi

La mia impressione è che attorno alla figura di Mario Balotelli si sia sempre esagerato: sicuramente lo ha fatto lui, ma credo che lo abbiano fatto ugualmente tutti gli altri. Anche per quanto riguarda il suo reale valore calcistico. Certo, i talenti di questo ragazzo sono chiari, altrimenti non sarebbe arrivato a segnare venti gol in Serie A prima di aver compiuto vent’anni, non avrebbe vestito alcune delle maglie più importanti d’Europa, non avrebbe mosso tutti questi interessi e non si sarebbe messo così al centro dell’attenzione. Però, a ben vedere, non sono stati tantissimi i momenti in cui Balotelli ha mostrato sul campo cose realmente incredibili: la sua abilità più spiccata è sempre stata quella di saper calciare il pallone in modo straordinario, fondendo potenza e stile, arrivando ad essere uno dei migliori stoccatori in circolazione; però per il resto non ha mai brillanto per capacità associative, non è mai stato un elemento particolarmente illuminato in ambito tattico, non è mai emerso nei momenti veramente decisivi e non ha neanche mai spaccato sul piano fisico, perché invece di dominare grazie al potenziale enorme della sua struttura muscolare è sempre stato più orientato all’ingigantire i contatti ricevuti e al mollare lo scontro ricercando altri tipi di vantaggio.

Dati alla mano

Infine, anche i numeri parlano chiaramente: Balotelli ha vinto una Champions League ma non ha mai segnato un gol nella fase ad eliminazione diretta del torneo più importante del mondo, fra Serie A e Premier League il suo score segnala 53 gol in 195 gare disputate, per una media che si assesta a quota 0,27 reti per partita. Decisamente bassa per gli standard di un presunto top player. In Francia ha segnato parecchio, soprattutto con la maglia del Nizza riuscendo per la prima volta in carriera a superare il muro dei 15 centri a campionato, però lo ha fatto in una situazione certamente non di primo piano. In Nazionale invece è riuscito a trascinarci nell’unica avventura veramente positiva dell’ultimo quindicennio, immortalandosi con quella doppietta alla Germania nell’Europeo del 2012 e dando speranze sia nella Confederations Cup che nel Mondiale successivi, ma in tutti i casi è stato un lavoro incompiuto, peraltro terminato nella maniera più turbolenta possibile.

Il tutto all’interno di uno scenario mediatico che da una parte continuava ad assegnargli una dimensione calcistica che probabilmente non ha mai avuto (ricordo una doppia pagina di un celeberrimo quotidiano sportivo italiano che – era più o meno il 2013 – lo paragonava a Neymar presentandone addirittura valori superiori), dall’altra era sempre pronto a saltare sul trampolino delle sue sue esuberanze negative, di fatto stringendolo in una dimensione che sarebbe stata insostenibile per chiunque, figuriamoci per un ragazzo che ha avuto indubbiamente la colpa di non sapersi gestire, di andare costantemente incontro al mondo a brutto muso e di impostare sempre la propria missione umana come una guerra di reazione. Con effetti negativi ai limiti del disastroso.

L’ultima delusione

Neanche il ritorno a casa è servito, perché quella che doveva essere l’avventura della rinascita, nella sua Brescia e in una squadra che gli chiedeva solo di essere il totem a cui aggrapparsi, è finita ancora male, con un fallimento, mollando la presa, rinunciando alla responsabilità e alla possibilità di lottare per conquistare. E adesso il sentimento è quello espresso laconicamente dalle parole di Roberto Mancini, un altro che ha aspettato tanto e invano di poter contare su Balotelli: “cosa c’è da dire?”, ha chiosato il CT azzurro… esatto, sarebbe meglio per tutti se si cominciasse finalmente a fare un po’ di silenzio attorno alla figura di questo ragazzo che in ambito calcistico poteva prendersi tutto e invece ha buttato via qualsiasi cosa, arrivando a chiedere pubblicamente il perché di tutto questo ma senza mai fornire una spiegazione, né a se stesso né a nessun altro. Per questo mi piacerebbe poter parlare con lui. Vorrei sedermi ad ascoltarlo, perché indubbiamente alla base di una vicenda che ora assume tratti tristi e deludenti c’è una personalità diversa, una sensibilità particolare, una storia che merita di andare oltre la superficialità che l’ha sempre accompagnata. Una storia che peraltro ha ancora pagine bianche da scrivere.

E con (finalmente!) una scelta giusta, magari con un viaggio lontano, in un posto in cui quelle che sono viste come stravaganze di cui ridere a volte ma molto più spesso da attaccare possano diluirsi in uno scenario che gli restituisca un po’ di quella normalità che non ha mai incontrato nella sua vita. E magari quello slancio per consumare realmente la sua rivalsa. Nel modo giusto, cominciando a conquistarsi davvero qualcosa.