Ve l’ho già detto e ve lo ribadisco: a me questo Europeo sta piacendo molto. Vedo intensità apprezzabile, un football globalmente propositivo e giocate di alto profilo. Non me l’aspettavo così, pensavo che i fumi di una stagione anomala, compressa ed estremamente dispendiosa avrebbero un po’ annebbiato questa manifestazione, e invece ci stiamo divertendo. Oltretutto, ieri ha fatto la propria irruzione prepotente sul palcoscenico una stella che ha tutte le potenzialità per essere la più brillante del firmamento calcistico che sta avvolgendo tutta Europa: Kevin De Bruyne, che oltre ad essere il detonatore che mancava al Belgio per esplodere in via definitiva ha anche un conto personale da regolare. Il che lo rende ancor più pericoloso. Danimarca-Belgio, con tutto il suo carico emotivo e l’importanza di classifica per un girone che rimarrà intricato fino alla fine, è stata una delle migliori partite fin qui viste: i danesi hanno reagito allo shock-Eriksen giocando una partita indiavolata, segnando subito, omaggiando il proprio leader tecnico con una prestazione a tratti commovente e soprattutto testimone del potenziale di una squadra che ora ha bisogno di un mezzo miracolo per andare avanti ma che, a prescindere dal risultato, ha dimostrato ampiamente il proprio valore non solo in termini calcistici.

Il conto in sospeso di Kevin

La Danimarca non ha battuto il Belgio solo perché nel secondo tempo Roberto Martinez ha potuto scatenare dalla panchina quelle risorse primarie che fin qui gli erano mancate e che contribuiscono in modo lampante a fare della sua una delle Nazionali più accreditate in assoluto: fra il 46esimo e il 59esimo hanno messo piede in campo De Bruyne, Eden Hazard e Witsel, un capitale inarrivabile per la maggior parte della concorrenza. E hanno ribaltato la partita, soprattutto perché il biondo del Manchester City ha cominciato a riprendersi quello che gli era stato tolto nelle ultime settimane. Riavvolgendo il nastro, possiamo dire che fino al cinquantanovesimo minuto della finale di Champions League dello scorso 29 maggio De Bruyne era considerato dai più il primo candidato al Pallone d’Oro. Ma è arrivato lo scontro con Rudiger che gli ha ammaccato il volto, che lo ha tolto da una partita che la sua squadra ha perso, che lo ha privato della possibilità di iniziare l’Europeo con tutti gli altri e minacciava di farlo crollare nelle gerarchie del premio individuale più ambito che ci sia. Poi però il suo Europeo è iniziato lì, a Copenhagen, con un gol e un assist, in un pomeriggio in cui tutti hanno omaggiato un grandissimo numero dieci e hanno visto all’opera quello che oggi si può considerare il più forte trequartista del mondo.

Semplicità di gioco

L’azione del pareggio belga, quella che ha iniziato la rimonta, parla di quanto sia estetica anche l’essenzialità del suo gioco: viene incontro nella propria metacampo, spalle alla porta, e apre di prima un pallone sì bucato dal difensore danese ma efficace per innescare la strapotenza atletica di Romelu Lukaku, che fa il break e glielo restituisce. La rifinitura è allo stesso tempo delicata e brutale, semplice e artistica: due tocchi, un controllo in spazi perfetti che mette fuori causa due avversari e un assist a Thorgan Hazard che deve solo spingere dentro. La semplicità del gioco del calcio mostrata con grande raffinatezza.

Una formazione di top player

Il secondo è invece la fotografia della letalità di un centrocampista offensivo con numeri realizzativi da superstar del gol: nell’azione che vale la vittoria, De Bruyne arriva da lontano, mettendosi i panni del terminale. Prima c’è il lavoro certosino di un Lukaku che per una volta ha messo i panni del comprimario, poi lo scambio a memoria dei due fratelli Hazard, infine il sinistro secco, definitivo dal limite del numero sette, crudele nel sentenziare Schmeichel ed estremamente eloquente nel dire che il suo torneo sarà anche iniziato in ritardo, ma che l’intenzione è quella di farsi notare parecchio.

Belgio, valida alternativa alla Francia

L’irruzione di Kevin De Bruyne sui prati di Euro 2020 ha confermato che il Belgio è forse la prima alternativa alla favorita Francia e ha ulteriormente alzato l’asticella tecnica di un festival itinerante in cui stanno emergendo sia grandi individualità che collettivi di apprezzabilissimo valore. E i Diavoli Rossi hanno entrambe le cose: una generazione dorata che vuole portare a casa il primo trofeo nella storia di questa Nazione, e un potenziale Pallone d’Oro che ha ricordato immediatamente a tutti che non è il caso di dimenticarsi di lui.